POLVERE D’ IMMAGINE SU LETTO DI PROTAGONISMO

Avete rotto il cazzo, punto. Non se ne può più di leggere “polvere di capperi”, “polvere di liquirizia”, “polvere di pomodorini” e via dicendo. Schiavi dell’ immagine, mi fate paura. La cucina non è inventiva e il cuoco non è un artista, quindi, scendete da quei cazzo di piedistalli e rimettetevi a studiare. Programmi come “Masterchef” hanno fatto credere a chiunque che bastano ingredienti di qualità, un buona dose di fantasia e tutti possono creare il “piatto perfetto”.

Non sopporto più “l’ equilibrio nel piatto”, “il pepe di sichuan” e tutte ste grandissime puttanate. Mi riferisco a chi lavora nel mondo della ristorazione, dove ormai conta più l’ immagine della sostanza. Leggere un menù è diventato stressante, “spaghetto trafilato al bronzo in salsa di tuorlo d’uovo al pecorino giovane con polvere di guanciale d’Amatrice profumato al pepe nero d’epoca romana”: se chiama carbonara! Io ci rido sopra ma sta gente dentro una vera cucina ci dura cinque minuti, poi torna a cucinare per fare le foto da postare su Instagram!

Oh! Questo è il mio punto di vista, liberi di fare quel cazzo che vi pare, sia chiaro! Voglio solo parlare di uno dei più grandi problemi che la ristorazione italiana sta riscontrando oggi: l’improvvisazione. Come ho detto prima, il cuoco non è un’artista, odia l’improvvisazione, anzi, nella sua testa ci sono schemi ben definiti e guai a pisciare fuori dal vaso. Ci vogliono diversi anni di servizio prima che testa, gambe e mani si muovano in maniera automatica ma soprattutto logica. Ed è per questo motivo che non digerisco l’andazzo che sta pigliando l’immagine del cuoco, che sia a domicilio o meno. Se è vero che l’abito non fa il monaco, una giacca non fa il cuoco ma a quanto pare oggi si da più importanza a quello che uno riesce a trasmettere a livello mediatico e meno a ciò che ha da raccontarti attraverso un determinato piatto.

Quando due anni fa, mi sono lanciato in questa nuova avventura di “personal chef” era una novità sia per me che per voi. Da allora sono cambiate parecchie cose, la figura dello chef a domicilio è stata riconosciuta socialmente e di conseguenza si sono moltiplicati gli “chef”. Nonostante la crescente “concorrenza”, la vostra risposta nei miei confronti è andata ad aumentare e i risultati che sto portando a casa mi rendono orgoglioso del lavoro che sto facendo ma soprattutto di come lo sto facendo.

Sento però che la presenza sui social sta diventando sempre più importante, mi dicono “mettici la faccia”, “la gente deve affezionarsi prima alla tua figura e poi al tuo prodotto”. Sarà anche vero, non lo metto in dubbio ma sta menata dell’immagine a me interessa ben poco. Fotte sega della popolarità ed essere riconosciuto come “chef” se alla fine del servizio quello che ho “lasciato” è solo del cibo nello stomaco. Continuerò a postare parte dei miei lavori ma mai scatterò/registrerò durante il servizio, in quel momento la mia attenzione continuerà ad essere totalmente sul cliente.

 

In conclusione:

1- basta polvere nei piatti

2- fatevi chiamare food blogger

3- viva il risotto con l’osso buco

 

Olè.

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